L'arte della commedia

Descrizione

L'8 gennaio 1965 Eduardo De Filippo presenta al Teatro San Ferdinando di Napoli il suo nuovo lavoro, "L'arte della commedia". Il contenuto - che non a caso sarà giudicato «pericoloso» nell'Italia di quei giorni - è un atto di fede assoluta nel teatro, ma è anche - e forse soprattutto - di denuncia della scarsa considerazione di cui il teatro stesso è oggetto da parte del potere costituito.

La trama è apparentemente lineare. Il povero capocomico di una compagnia d'attori girovaghi, rimasto senza il suo capannone in seguito a un incendio, va a chiedere aiuto al prefetto della cittadina in cui è rimasto bloccato. Intavola con lui una discussione «sulla funzione del teatro, sulle autorità statali che dovrebbero tutelare e potenziare il teatro, sulla censura, palese e occulta, sul pubblico e sugli attori» (così ebbe a scrivere Flaiano).

Il prefetto, che vede confutate le proprie affermazioni burbanzose e generiche, si spazientisce ben presto, accampa altri impegni: deve incontrare il medico condotto, un parroco, una maestra... In effetti tutti costoro sfileranno davanti a lui, esponendogli i loro problemi: ma saranno davvero ciò che dicono d'essere, o non si tratterà forse di quei miserabili guitti, truccati a dovere e latori di questioni immaginarie ma verosimili? In altre parole: dove si colloca, che cos'è, come si può individuare il confine tra realtà e finzione?

L'arte della commedia è espressione speculare del gran fenomeno della commedia dell'Arte alla quale, in fondo, l'opera di Eduardo tutta si lega: qui diventa occasione di riflessione di poetica e di etica, addirittura di politica. L'opera, solidamente legata ad un impianto tradizionale, venne scritta nel 1964 (ma già l'idea frullava in testa dai primi anni cinquanta): è un'opera sfacciatamente, appassionatamente, metateatrale. Parla di teatro prendendo di petto il fenomeno, ponendo e ponendosi su di esso alcune domande fondamentali. Forse per questo non ha avuto gran fortuna sui palcoscenici, perché è sì divertente, ma anche terribilmente seria, quasi una sorta di riflessione neppur troppo travestita sul teatro e sulla sua funzione nella società.

In quel periodo si era acceso il dibattito su come far fruire l’opera teatrale a tutte le fasce di pubblico, (ricordiamo che nei suoi ultimi anni di vita Luigi Pirandello partecipando a convegni e conferenze aveva sempre appassionatamente caldeggiato l’idea di un “teatro per le masse”) ma Eduardo intuì presto probabilmente perché lo aveva già subito a sue spese, che la protezione poteva coincidere con l'asservimento e che ben diversi erano gli interessi degli uomini di spettacolo e quelli dei funzionari da cui sarebbe dipesa sempre più la vita del teatro stesso. E così, con un andamento e una tematica di forte evidenza pirandelliana. mise in scena un memorabile dialogo morale tra due grandi interlocutori: il protagonista, Oreste Campese, capocomico alla vecchia maniera, abituato a recitare con la sua scassata troupe familiare allestendo giorno per giorno il suo capannone, improvvisamente bruciato, e il Prefetto a cui è affidata la difficile rinascita di questa compagnia boccheggiante.

Tra i personaggi di contorno, tutti molto compiuti e di grande spessore, si svolge anche un dialogo a tratti spassoso e divertente. Ma all’interno della forma festosa, c'è una profonda accorata riflessione sul mestiere di attore e i due punti di vista dell'artista e del funzionario esprimono posizioni profonde e inconciliabili.

In questa commedia il grande Eduardo consapevole del disorientamento dell’uomo nei suoi rapporti con gli altri e col mondo che circonda, in questa disgregazione epocale, individua nel teatro uno strumento utile alla società e scartando la dualità vita/forma tipica della tematica pirandelliana tenta di salvare la radice umana e non l’apparenza del personaggio, come dice il protagonista Campese: “No, Eccellenza, Pirandello non c’entra niente: noi non abbiamo trattato il problema “dell’essere o del parere”. Se mi deciderò a mandare i miei attori qui sopra, lo farò allo scopo di scoprire se il teatro svolge una funzione utile al proprio paese oppure no. Non saranno i personaggi in cerca di autore ma attori in cerca di autorità”

Raccontava Raul Radice, sul Corriere della Sera: «Dopo l'anteprima dell'Arte della commedia, al pubblico del San Ferdinando che non si stancava di applaudirlo, Eduardo De Filippo sentì il bisogno di manifestare un dubbio che nei giorni precedenti l'aveva non poco tormentato. In sostanza disse di essersi domandato se il tema della nuova commedia, coinvolgendo l'attore e la vita del teatro, potesse interessare un pubblico non specializzato. "Pensavo alle cose nostre - aggiunse - ma questo consenso mi dice che le cose nostre sono cose anche di tutti voi"».


Personaggi e interpreti :

Oreste Campese, capocomico:
Enzo Rapisarda;
Il Prefetto De Caro:
Alberto Latta;
Giacomo Franci, suo segretario:
Giulio Guarino;
Quinto Bassetti, il medico:
Domenico Veraldi;
Padre Salvati:
Michele Bottaro;
Lucia, la maestra:
Rita Vivaldi;
Il montanaro:
Moreno Pasqualin;
La montanara:
Annamaria Rossi;
Il Piantone:
Leonardo Delfanti/Paolo Castellani;
Girolamo Pica, farmacista:
Maurizio Baschirotto;

Staff :

Direttore di Scena:
Sergiu Petric;
Scenografia:
Laboratorio N.C.T.
Direzione luci e suono:
Marin Bulmez
Costumi:
Laboratorio N.C.T.
Regia:
Enzo Rapisarda
Produzione e messa in scena:
Nuova Compagnia Teatrale

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